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Enzo Jannacci era unico. Nessuno ha saputo come lui sposare il cabaret con la canzone. La sua inventiva non aveva limiti, aveva radici profonde nella canzone milanese ma con un respiro nazionale e aveva registri diversissimi, da quello ironico a quello malinconico. E molte sue canzoni erano anche di critica sociale senza compromessi. In questo brano, scritto nel 1973 col premio Nobel Dario Fo (e non è certo l'unico capolavoro dei due, basti citare Ho visto un re e Prete Liprando) viene perculato il Fascismo (straordinario il verso "Ero appena avanguardista, non conoscevo i tacchini; chi conosceva i tacchini era giovane fascista!". Viene in mente il concetto di "merito" di certe classi politiche che lo propugnano a parole ma piazzano parenti e amci ovunque!). Come sempre Enzo sta dalla parte delle figure più sfortunate, marginali e in certa misura anche goffe, senza dare giudizi su chi ha avuto un destino sfortunato (anche qui viene prepotentemente in mente l'attualità e la velocità con cui certi politici, pur non sapendo nulla dei fatti, accusano chi non rientra nei loro canoni). In questo, che è quasi un rito di iniziazione, il protagonista cerca di emanciparsi compiendo gesta che ritiene di crescita esistenziale. Come il rpimo amore, il primo furto non si scorda mai, specie se è stato disastroso come questo che gli è costato addirittura una condanna per vilipendio dello Stato! Spesso nell'opera di questo autore si trova anche una vena di assurdo, di surreale, che esasperando la realtà ne mette in evidenza le contraddizioni. La sua interpretazione, con quella voce irregolare, a volte singhiozzante, con quelle invenzioni onomatopeiche a punteggiare il testo, non è replicabile da altri. Per questo non ricordo nessun'altra interpretazione. Io ho cercato di mantenerne lo spirito irriverente e giullaresco.