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La storia più scioccante e toccante dei legami familiari nella criminalità organizzata: il racconto di Lorenza Guttadauro, la neurologa palermitana che per otto anni ha utilizzato la sua professione medica per proteggere la latitanza di suo padre Matteo Messina Denaro, il boss più ricercato del mondo. Una storia di amore filiale che si trasforma in complicità criminale, dimostrando come anche le professioni più nobili possano essere corrotte quando l'affetto familiare incontra il crimine organizzato e come una figlia devota possa diventare inconsapevolmente la chiave di protezione del criminale più pericoloso d'Italia. 16 gennaio 2023, ore 8:47, Palermo. Lorenza Guttadauro guarda nello specchietto retrovisore della sua BMW X3 per l'ultima volta da donna libera mentre guida nervosamente verso la clinica "La Maddalena" dove suo padre sta facendo chemioterapia sotto l'identità di Andrea Bonafede. "Papà, sono arrivata. Ti aspetto fuori come sempre," sussurra al telefono parcheggiando davanti all'ospedale. Alle 10:07, esattamente un'ora e venti minuti dopo, cento carabinieri del ROS arrestano Matteo Messina Denaro all'uscita della clinica mentre Lorenza aspetta terrorizzata nel parcheggio. "Non scappare, sappiamo chi sei Lorenza, sappiamo tutto," le urla un carabiniere. Era la fine di otto anni di complicità medica che avevano permesso al latitante di curarsi rimanendo invisibile. Lorenza era nata a Castelvetrano il 7 novembre 1984, figlia segreta di Matteo e di Franca Alagna, una giovane insegnante. La nascita fu tenuta nascosta anche alla famiglia di Matteo, che voleva proteggerla dal mondo criminale: "Sua figlia doveva crescere lontano da Cosa Nostra, diventare qualcuno di rispettabile." Per i primi anni Lorenza pensava che suo padre fosse morto, mentre Matteo la visitava come "zio Alessio," un amico di famiglia affettuoso. A quattordici anni, nel 1998, Franca le rivelò la verità: "L'ho saputo che lo zio Alessio era mio padre. All'inizio non ci credevo, poi provai felicità immensa. Finalmente avevo un padre." Da quel momento gli incontri divennero più profondi. Matteo, già in latitanza da cinque anni, trovava in Lorenza l'unico rapporto autentico: "Lei era l'unica cosa pura nella sua vita. Non parlava mai di crimini, solo di studio e futuro." La incoraggiò a studiare medicina: "Voglio che tu salvi vite, io ne ho distrutte tante." Lorenza si laureò in Medicina nel 2009 con il massimo dei voti in neurochirurgia pediatrica. Matteo, travestito da anziano professore, assistette dalla prima fila: "Quando si laureò, pianse di gioia. Disse: 'Nostra figlia è riuscita a diventare quello che io non sono mai stato: una persona che aiuta gli altri.'" La complicità iniziò nel 2015 quando Matteo sviluppò problemi di salute. Come neurologa dell'ospedale "Civico" di Palermo, Lorenza organizzò visite domiciliari con colleghi ignari, presentando il padre come "Alessandro Torretti," un imprenditore riservato con claustrofobia. La svolta arrivò nel 2018 con Andrea Bonafede, geometra pensionato in difficoltà economiche che accettò cinquemila euro mensili per prestare la sua identità a visite mediche anonime. Da quel momento Matteo divenne ufficialmente "Andrea Bonafede" per il sistema sanitario siciliano. Il sistema funzionò perfettamente per quattro anni. Lorenza accompagnava "Andrea Bonafede" a visite specialistiche come una figlia premurosa che assisteva un padre anziano. Nessun medico sospettava di star visitando il boss più pericoloso d'Italia. Nel 2020 arriva la diagnosi di cancro al colon. Invece di convincere il padre a costituirsi, Lorenza organizza una rete di assistenza oncologica clandestina utilizzando tutti i suoi contatti medici. Gestisce personalmente la chemioterapia alla clinica "La Maddalena": "Era diventata una parte a tempo pieno della mia vita." Ma ogni movimento lasciava tracce digitali nel sistema sanitario. Dal 2021 il ROS inizia a incrociare dati sanitari con profili di latitanti, notando che "Andrea Bonafede" aveva iniziato cure oncologiche a sessant'anni senza storia medica precedente: "Era statisticamente impossibile." Durante l'arresto, Lorenza crolla psicologicamente: "Non è mio padre, non lo conosco, è solo un paziente." Ma durante il trasporto confessa spontaneamente: "Ho solo aiutato mio padre a curarsi. Sono un medico, mio dovere è salvare vite." La perquisizione rivela un archivio medico clandestino con cartelle false, prescrizioni fittizie, una storia medica completa per "Andrea Bonafede" che copriva otto anni. Ma la scoperta più scioccante è il diario personale dove annotava da anni i suoi tormenti: "Papà terza chemio, sta reagendo bene ma io sto morendo dentro."