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Nicola Cisternino MAI LA MIA CELLA SI MUTI IN PRIGIONE (da David Maria Turoldo) Preghiera-Installazione per 11 archi (preparati) e strumentarium rituale (2005) (a Giacinto Scelsi). Prima esecuzione: Museo CAMeC La Spezia 22 maggio 2005 - ORCHESTRA D’ARCHI SIDDHARTA (dir: Nicola Cisternino) MAI LA MIA CELLA SI MUTI IN PRIGIONE di David Maria Turoldo Oh, non credere per quanto segnato io sia di mania divina, non abbia amato le vostre scorribande estive e le spensierate sere e i canti; e non goda di pianure vaste e del mare, e di selve e di tramonti… Mai la mia cella si muti in prigione, so di andare per spazi inesplorati, geloso quale un fanciullo a custodire il segreto che la festa non finisca male. (da Canti ultimi, 1992) “…Perché è nella preghiera che Iddio tesse i fili della nostra fraternità: degli sposi fra loro, dei genitori con i figli, dei fratelli; perfino i fratelli di fede con i fratelli di nessuna fede, oppure tra fratelli di diversa fede. Perché i confini dell’uomo di preghiera sono gli stessi confini di Dio, cioè nessun confine. Se abbiamo appunto lo spirito di preghiera: perché allora è avere lo stesso Spirito Santo di Dio in noi, a gemere con i gemiti ineffabili, a pregare per noi, a cominciare lo stesso nostro volere e a portarlo a compimento. Questo spirito che si libra sopra gli abissi…” (Davide Maria Turoldo) Mai la mia cella si muti in prigione è una composizione del 2005 di omaggio al ‘postino’ Giacinto Scelsi come il compositore spezzino amava definirsi, nel centenario della sua scomparsa ed eseguita in prima assoluta dall’Orchestra d’Archi Siddharta nel Museo Camec nella sua città natale in quello stesso anno. Ispirata ad un illuminante testo poetico di David Maria Turoldo, voce tonante ed ‘esiliata’ della chiesa, estratto dalla raccolta dei suoi Canti ultimi, Mai la mia cella ha accompagnato un lungo periodo di residenza artistica (2004-2005) nell’Abbaye Royale de Fontevraud, celebre monumento nazionale francese (oggi Patrimonio Unesco) del XIII° secolo che fu per cinque secoli uno dei più grandi siti monastici di Francia e trasformato da Napoleone , fino al 1964, anno della sua dismissione, nel più grande istituto penitenziario di Francia nel quale lo stesso Jean Genet è stato recluso. Il folgorante verso turoldiano incide già nel suo titolo la doppia valenza di cella-ritiro come scelta propria dell’archetipo monastico universale insito in ogni essere umano della Beata Semplicità di Raimon Panikkar, quel processo di svuotamento della Kenosis mistica, ispirata alle leggi divine, che porta l’uomo-Caminante all’abbandono e alla spoliazione di tutto il superfluo dell’armamentario quotidiano nichilistico. Polare la contrapposizione con la reclusione penitenziaria e imposta dalla legge degli uomini del recluso in cui lo scarto monaco-recluso gioca la sua decisiva partita, in una tragica condizione e scelta. Il verso turoldiano oltre ad ispirare la composizione per orchestra d’archi ha anche nutrito un ciclo di Preghiere di Fontevraud che furono realizzate e installate all’interno dei secolari ambienti della monumentale Abbazia francese. La stessa dualità polare è assunta nella composizione dalla doppia natura della generazione sonora con due organici strumentali: l’orchestra d’archi i cui strumenti hanno un trattamento di ‘preparazione’ con l’inserimento di particolari clips sulle corde, con un organico ispirato alla composizione di Giacinto Scelsi Natura Renovatur (3 violini primi, 3 violini secondi, 2 viole, 2 violoncelli, 1 contrabbasso) in cui ogni strumento ha una propria accordatura spettrale e una riorganizzazione in tre gruppi (A cinque strumenti, B quattro strumenti, C due strumenti) e uno strumentarium rituale composto da vari strumenti rituali tibetani (campanelli, ciotole sonore ed altri) suonati dagli stessi musicisti dell’orchestra o anche da un gruppo di 11 altri interpreti aggiunti. A tessere la composizione temporale delle due nature sonore sono delle parentesi temporali (15”, 20”, 30”) che guidano l’interazione dei vari gruppi su cicli-durate complessive con varie versioni, di 11’ 19’ 32’ e 40’ realizzate con una particolare scrittura cromatica. Il tutto rispettando scale auree di accordature e di durate. (N.C.) L’ORCHESTRA D’ARCHI SIDDHARTA è stata costituita dai seguenti 17 interpreti: Alessandro Fagiuoli, Stefano Antonello, Lucia Visentin, Dario Dedemo, Andrea Giacometti, Hanny Killars, Mika Sakamoto, Giulia Anita Bari (violini) Andrea Amendola, Alberto Belli, Egle Rizzuto, Sandro Mascaro (viole) Luca Paccagnella, Valentina Todesco, Pèter Jànoshàzi, Luca Colombo (violoncelli) Jan Zahourek (contrabbasso)