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Villanova del Ghebbo, poco meno di duemila abitanti nel cuore dell’Alto Polesine, è un paese che porta ancora impressi i segni di un passato industriale importante. Negli anni Ottanta era uno dei fulcri del distretto della calzatura: oltre 150 laboratori, centinaia di famiglie coinvolte e quasi duemila persone che ogni giorno arrivavano dai comuni vicini per lavorare. “In ogni casa c’era almeno uno scarparo”, ricorda il sindaco Mauro Verza, al primo mandato. Oggi quel mondo non esiste più nella forma originaria. La crisi, iniziata negli anni Novanta con la concorrenza estera, ha ridotto drasticamente il numero delle imprese artigiane. Molti piccoli produttori hanno chiuso o si sono trasformati, puntando su realtà più strutturate. “Non è più tempo di lavorare da soli – spiega Verza – chi ha resistito lo ha fatto investendo sulla qualità e sul mercato internazionale”. Restano infatti alcune aziende di alto livello, che producono per grandi marchi italiani ed europei, mantenendo viva la tradizione in una veste moderna. Il paese, però, deve fare i conti con un problema comune a molti piccoli centri: il calo demografico. Poche nascite e molti decessi stanno cambiando il volto della comunità, con ripercussioni sulle scuole e sui servizi. Da qui la riflessione sulle possibili fusioni tra comuni: “Unire i servizi potrebbe essere una soluzione, ma Villanova rischierebbe di diventare periferia”, osservano alcuni cittadini. Nonostante tutto, Villanova resta un paese vivibile. I servizi ci sono, la qualità della vita è alta e il tessuto associativo è forte, con Avis, Auser, Pro Loco e gruppi parrocchiali che animano il territorio. Tra memoria e cambiamento, Villanova del Ghebbo continua a cercare un equilibrio tra ciò che è stata e ciò che potrà diventare. Un paese che ha perso quantità, ma che prova a reinventarsi puntando sulla qualità e sulla coesione della sua comunità.