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Ornella Vanoni, forse la prima ad eseguire questo pezzo in Italia (anche se la critica la accusò di averlo addomesticato e "borghesizzato", annacquandone la drammaticità primigenia, passaggio però necessario per renderlo accettabile al pubblico nostrano, poco aduso ad un'opera così atipica, quasi teatrale, che ben poco aveva delle abituali canzonette. Solo più tardi, la scuola francese diventerà patrimonio generale, grazie ad autori come De André, Endrigo, Tenco) lo presentava così: "Jacques Brel ha scritto al meglio di tutto. Anche dell'abbandono, un'esperienza dolorosa che abbiamo provato tutti, fin da bambini". In effetti, questa è una delle canzoni più strazianti e ferocemente centrate sulla disperazione che io conosca. Questo capolavoro assoluto, scritto da Brel nel 1959, con la sua storia oscura ed amara che lui che più che cantare "parlava" è uno dei vertici indiscutibili della chanson francese. L'autore, già sposato e con figli, la scrisse dopo che la sua "amante" era rimasta incinta e lui si rifiutò di riconoscere il neonato. Lui, più che una canzone d'amore, la considerava un inno alla vigliaccheria dell'uomo, descrivendo un amante che striscia e si umilia pur di non essere lasciato. Io ho scelto la traduzione inglese di Rod McKuen, che fu strumentale nel portare al successo internazionale il brano, più incentrata sulla malinconia e con un fondo di dolcezza. Rod, infatti, non cerca di essere fedele all'originale ma usa parole sue, altrettanto poetiche, scegliendo di sussurrarle, creando grande intimità e ammorbidendo il senso di sconfitta dell'originale. Questa canzone è stata interpretata pressochè da tutti: potrei citare Sinatra, Shirley Bassey, Nina Simone, Neil Diamond, Dusty Springfield e, nel campo folk, i Seekers con la voce cristallina di Judith Durham che per la sua perfezione, però, toglie un po' di pathos all'esecuzione. Due curiosità: la prima versione del 1959 utilizzava uno dei primissimi strumenti elettronici, le Ondes Martenot, per creare una specie di lamento spettrale per creare un'atmosfera più cruda e sofferta. Inoltre, la parte centrale (But if you stay... nell'adattamento inglese) è la "citazione" pressochè testuale della Rapsodia Ungherese n. 6 di Franz Listz. Dovendo copiare, meglio copiare dai grandi! In italiano, ci pensò Gino Paoli, grande fan della chanson, a trascrivere il testo intitolandolo "Non andare via". Oltre a lui e alla citata Vanoni, la interpretò, a mio parere benissimo e con un forte taglio drammatico, Anche Patty Pravo, a Canzonissima 70, portandola al 13° posto in classifica. E non dimentichiamo Dalida, a sua agio col francese natio che con l'italiano d'adozione (fu la compagna di Luigi Tenco) che colse perfettamente il messaggio che l'autore, suo connazionale, voleva trasmettere, pur eseguendolo in italiano. E poi Mia Martini, Milva e, ultimamente, Petra Magoni, con accompagnamento dim solo contrabbasso. Roba per palati fini.