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Ci sono canzoni che contengono un chiaro "messaggio" e questa è la ragione del loro essere. Altre di cui invece, magari, non sai niente, nè chi l'ha scritta nè perchè, da cosa ha tratto ispirazione, ecc. Eppure ti colpiscono e bastano a sè stesse, senza bisogno di altre spiegazioni. E' il caso di questo pezzo, che ho ascoltato per anni e che mi è rimasto inspiegabilmente dentro, e di cui non ho mai saputo nulla se non che era interpretato dal grande Rod Stewart, che certo non è un cantante "impegnato" (anche se in gioventù era soprannominato Rod the mod, "Rod il ribelle"). Dopo aver deciso di presentarla qui, ho cercato un po' in giro qual era la sua storia ed ho scoperto che fu scritta da Danny Whitten, chitarrista e cantante dei Crazy Horse, la band che ha a lungo accompagnato Neil Young. Essa fu presentata nel loro album omonimo del 1971. L'autore, afflitto da una grave dipendenza da eroina, morì di overdose poco dopo aver scritto questa ballata sulla sofferenza e fregilità. Tre anni dopo, Rod Stewart la ascoltò, si commosse profondamente, e volle assolutamente registrarla, rallentandone il tempo e con un delicato accompagnamento di archi e chitarra 12 corde, sul suo album "Atlantic Crossing", trasformandola in una hit mondiale. Il testo parla di un dolore così devastante da non poterne nemmeno parlare. E' la richiesta disperata di essere capiti senza bisogno di parole ma solo attraverso i sentimenti. Quando il cuore è così gravemente spezzato e vuoto, nemmeno la bellezza dell'universo può portargli sollievo. Un'altra versione di successo, anche se assai più minimalista, fu quella del duo britannico Everything but the Girl in cui la cantante Tracey Thorn esegue egregiamente la parte solista. Il fatto che anche la loro interpretazione ebbe un enorme successo, non fa che confermare la presa emotiva di questa tragica ballata.