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La palestra è morta? O forse siamo cambiati noi. C’era un tempo, tra gli anni ’80 e ’90, in cui entrare in sala pesi significava entrare in una comunità: ferro che batteva, musica alta, incoraggiamenti sotto il bilanciere, consigli dati senza secondi fini. Non era solo allenamento, era appartenenza. Oggi spesso varchiamo la soglia di uno spazio luminoso e silenzioso, pieno di specchi, dove ognuno è chiuso nelle proprie cuffie e nel proprio riflesso. Lo smartphone è sempre pronto, la camera frontale accesa, l’inquadratura studiata. Siamo circondati da persone, ma raramente ci guardiamo davvero. La palestra non è più il gymnasium greco, luogo di formazione fisica e dialogo, ma somiglia sempre di più a un Panopticon, il modello di carcere ideale teorizzato da Jeremy Bentham, dove una torre centrale osserva celle disposte in cerchio. Oggi quella torre è l’algoritmo, il pubblico invisibile, la possibilità costante di essere visti. Le celle siamo noi, ognuno nel proprio spazio apparentemente privato ma in realtà esposto. Così ci auto-disciplinamo: postura, carichi, perfino espressioni, tutto è calibrato come se qualcuno stesse sempre giudicando. Anche l’ideale corporeo è cambiato seguendo le onde culturali. Negli anni ’90 dominava un’estetica più lineare, un corpo tonico ma funzionale, legato al benessere. Nei primi 2000 esplode l’ossessione per il six-pack: addominali scolpiti, percentuali di grasso bassissime, un immaginario epico alimentato anche da film come 300, dove il fisico diventa armatura e simbolo di disciplina assoluta. Dal 2020 in poi il focus si sposta: il centro dell’attenzione diventa il lower body, la costruzione del gluteo perfetto, il “glute building” che supera il body building tradizionale. Il corpo non è più un’unità armonica, ma un insieme di distretti da ottimizzare per il feed. E il feed – che sia quello di Instagram o la sezione “Per Te” di TikTok – non è neutrale: è costruito da un algoritmo che analizza cosa guardi, quanto tempo resti su un contenuto, cosa ti trattiene. Algoritmo è il sistema che decide; feed è ciò che ti mostra. E ciò che ti mostra finisce per orientare i tuoi desideri. Le radici di certi movimenti sono antiche. In Africa occidentale esistono danze che enfatizzano l’isolamento del bacino, come la Mapouka della Costa d’Avorio, pratiche identitarie che nella diaspora diventano espressioni caraibiche e, negli anni ’90 a New Orleans, trovano nuova forma nella scena bounce con figure come Big Freedia. Ma ciò che un tempo era rito e comunità oggi è spesso estetica performativa, contenuto da pochi secondi. A questo si aggiungono promesse di trasformazioni rapide e scorciatoie pericolose. Il corpo però ha limiti biologici: allenamenti estremi senza progressione possono portare a infortuni seri e, nei casi più gravi, alla rabdomiolisi da sforzo. Anche la chirurgia, come il Brazilian Butt Lift, comporta rischi reali. Dietro ogni immagine perfetta c’è fisiologia, non magia. Sul piano neurochimico la differenza è sottile ma potente. Allenarsi libera endorfine e rafforza la dopamina legata al raggiungimento di un obiettivo concreto: è una ricompensa interna. Ma quando l’obiettivo diventa il like, la ricompensa si sposta fuori da noi. Se l’approvazione arriva ci sentiamo validati; se non arriva cresce l’ansia, aumenta il confronto, si alza il cortisolo. Nasce un circuito: mi alleno per essere visto, vengo visto per sentirmi abbastanza, ma non mi sento mai davvero abbastanza. In questo spazio può inserirsi la vigoressia, l’ossessione di non essere mai sufficientemente muscolosi, con allenamenti compulsivi e percezione distorta del proprio corpo. La palestra quindi non è morta, sta cambiando. Può restare una vetrina iperconnessa fatta di confronti silenziosi, oppure tornare a essere uno spazio di incontro reale. Forse la vera rivoluzione non è costruire il muscolo perfetto, ma togliersi le cuffie, chiedere “Mi puoi spotare?”, accettare di essere osservati non per essere giudicati ma per essere aiutati. Recuperare il senso di comunità sotto un bilanciere, ricordando che il corpo non è solo immagine: è esperienza, relazione, presenza. E tu, quando ti alleni, stai costruendo solo un fisico o anche un legame? Raccontacelo nei commenti. _______________________________ D.O.P. & Production Alessandro Lorenzetti _______________________________ Digital Content Manager Luca Rappa