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Ci raccontiamo una storia rassicurante: che siano stati gli smartphone, i social, le notifiche continue a renderci soli. Ma se non fosse così? Se la solitudine che oggi definiamo “moderna” fosse in realtà l’eco di fratture molto più antiche? In questo video attraversiamo tre grandi passaggi della storia per capire che la tecnologia non crea il vuoto: si inserisce dentro crepe già aperte. La “cellularomania” non è la malattia, ma il sintomo. Partiamo dall’Upper Canada tra il 1820 e il 1850. Terre immense, lotti isolati, chilometri di distanza tra una casa e l’altra. Il mito dell’uomo autosufficiente, l’“Independent Proprietor”, prometteva libertà e autodeterminazione. Ma dietro quell’ideale eroico si nascondeva una solitudine forzata. La rete fitta dei villaggi europei – vicinato, chiesa, relazioni quotidiane – si spezzava all’improvviso. Le relazioni diventavano funzionali alla sopravvivenza, mentre la vita emotiva si ritirava nelle capanne di legno disperse nella foresta. A raccontarlo è Susanna Moodie nel suo memoir Roughing It in the Bush, dove descrive non tanto l’epica della conquista, quanto “the ache of solitude”, il dolore della solitudine, quel mal du pays che corrode lentamente la mente. Anche a livello biologico, l’isolamento prolungato attiva l’asse dello stress: l’ipotalamo rilascia CRH, l’ipofisi ACTH, le surrenali cortisolo. Nel breve periodo è una risposta adattiva; nel lungo periodo diventa usura silenziosa, altera il sonno, l’umore, il metabolismo. Con pochi contatti significativi, calano ossitocina e dopamina sociale: il cervello, privato del suo nutrimento relazionale, resta in allerta. Poi ci spostiamo nel Regno Unito tra il 1840 e il 1900. La Rivoluzione Industriale svuota le campagne e riempie città come Londra, Manchester, Birmingham. Mai così vicini fisicamente, mai così soli interiormente. L’anonimato sostituisce il villaggio; si vive fianco a fianco come estranei. Nasce quella che possiamo chiamare “folla solitaria”: comunicazioni frequenti ma superficiali, legate al lavoro e alla sopravvivenza urbana. I “penny dreadful” offrono evasione a chi cerca di sfuggire a una realtà grigia e ripetitiva. Il poeta Matthew Arnold, in Dover Beach, parla del “melancholy, long, withdrawing roar” della fede che si ritira, lasciando l’umanità su una “darkling plain”: un’immagine potentissima del deserto emotivo moderno. Anche qui la neurochimica racconta qualcosa: oltre al cortisolo, entra in gioco la dopamina degli iper-stimoli urbani – luci, rumori, merci – picchi brevi che promettono ricompensa e spesso lasciano un senso di vuoto. È un meccanismo che ricorda lo scroll infinito: micro-scariche che non colmano l’anomia, quella mancanza di norme e di senso condiviso. Infine guardiamo al Grande Medio Oriente tra XVI e XIX secolo, dove la vita ruotava attorno a famiglia allargata, bazar, moschea, sinagoga, chiesa. Con le pressioni coloniali, la modernizzazione e le riforme del Tanzimat, l’Impero Ottomano tenta di riorganizzarsi: Khatt-i Sharif del 1839, Khatt-i Humayun del 1856, uguaglianza giuridica, centralizzazione amministrativa. Ma l’applicazione disomogenea, le resistenze interne e l’emergere dei nazionalismi producono fratture profonde. Il mondo organico delle comunità si sfilaccia, e con esso si indebolisce quel tessuto di significati condivisi che regolava emozioni e appartenenza. Lo racconta Mourid Barghouti in I Saw Ramallah: l’esilio non è solo distanza geografica, ma impossibilità di tornare a una comunità di senso. Qui emerge il concetto di ḥuzn, una nostalgia profonda, una tristezza ontologica che non è semplice malinconia ma ferita dell’assenza. E anche qui la biologia si intreccia con la cultura: l’incertezza cronica attiva l’amigdala, mentre i rituali condivisi – preghiere, canti, gesti sincronizzati – aumentano ossitocina, endorfine, serotonina. Perdere il sacro e la comunità significa perdere regolatori biologici dell’appartenenza. Se mettiamo insieme il pioniere canadese, l’operaio vittoriano e il mercante di un impero in trasformazione, emerge una verità scomoda: la solitudine non è nata con l’iPhone. È figlia dell’individualismo forzato, dell’anonimato metropolitano, della frantumazione del senso. I social non hanno creato la crepa, vi si sono inseriti. Il like è una micro-dose di dopamina che simula appartenenza; la chat simula vicinanza. Ma non sostituiscono la complessa alchimia di una conversazione reale, di uno sguardo, di un rito condiviso. Capire questa storia non è un esercizio accademico: è una diagnosi. Se il bisogno è antico, essere visti, riconosciuti, appartenere, la soluzione non può essere solo tecnologica. Forse la vera sfida è ricostruire legami autentici e orizzonti comuni. La domanda diventa inevitabile: stiamo davvero combattendo la solitudine moderna, o stiamo solo anestetizzando una ferita molto più antica? _______________________________ D.O.P. & Production Alessandro Lorenzetti _______________________________ Digital Content Manager Luca Rappa